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L’obbligo divino di una vocazione

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L’obbligo divino di una vocazione

Da quando mi sono separato dalla mia comunità, sono venuto a conoscenza della grande benedizione e della sfida che rappresenta l’essere fedele alla propria vocazione. Mi sono anche rattristato venendo a conoscenza di molte persone che hanno perso la loro vocazione e che si sentono molto tristi per questo motivo. Confusi, turbati, non trovano consolazione da nessuna parte e non sanno come sfuggire al loro problema, ammesso che lo riconoscano.

Oggigiorno una vocazione è un fenomeno raro. La cultura popolare dell’Occidente, tutta tesa a un consumismo assoluto senza nessun riguardo per la sua fede religiosa, prescinde da ogni elemento apertamente cattolico e non si interessa di nulla che appartenga alla nostra santa religione, salvo saltuarie eccezioni.

Pertanto, un uomo che è chiamato da Dio al Suo servizio eterno incontra molte difficoltà a comprendere, apprezzare ed essere fedele a tale vocazione, semplicemente perché non ha nessuno che possa dargli dei buoni consigli; ha poche opportunità di coltivarla e nessuno con cui parlare di essa, oltre a Dio e ai Santi durante le sue preghiere private.

Quando si pensa a una vocazione, la si associa immediatamente alle associazioni umane che provvedono l’ambiente per la sua espressione: la parrocchia, la diocesi, la comunità religiosa, etc., in cui chi ha la vocazione trova se stesso o percepisce l’ispirazione divina che lo guida.

Quando una persona entra in una comunità religiosa, dunque, vi sono molte ragioni naturali e soprannaturali che le sono provvedute all’interno della comunità affinché la sua vocazione cresca. Tuttavia è inevitabile che, quando una persona con la vocazione lascia la sua comunità – per buone o cattive ragioni –, il mero uscire da quella comunità sia la causa della perdita di molte benedizioni e quindi anche di molte sfide e problemi.

Mi riferisco qui al caso in cui una persona con la vocazione si separa dalla sua comunità, perché è chiaro che non tutti quelli che entrano in una comunità religiosa hanno una vocazione divina. Un uomo carnale con molta forza di volontà e con forti motivazioni umane – che per natura possono essere buone o cattive – può perseverare nella vita religiosa e rappresentare una grande croce per la Chiesa, per la sua comunità e per i fratelli che vengono a trovarsi alla sua presenza. Se un uomo del genere si rende conto di non essere chiamato da Dio alla vita religiosa e lascia la sua comunità, rende un grande servizio a Dio, alla sua comunità e a se stesso. È quel che dovrebbe fare, non per la disperazione umana di raggiungere una meta che si è preposto, ma per la sua fede cattolica e per la virtù dell’umiltà, non volendo compiere un sacrilegio e presumere di se stesso. Anche se un uomo del genere non dovesse mai raggiungere nessuna meta dopo la sua separazione dalla comunità, quando egli la lascia essendo spinto da tali motivi, agli occhi di Dio egli compie una gran dimostrazione di rispetto per Lui, un rispetto che Egli non dimenticherà mai. Questa forma di rispetto è un grande atto dettato dalle virtù naturali e infuse della religione. Quindi, ironicamente, riconoscere di non avere la vocazione e abbandonare la comunità per evitare di offendere Dio fingendo di essere religioso quando non si ha la grazia, si diventa nell’atto – ossia in quel momento stesso – un uomo religioso, ossia, si realizza un atto di rispetto religioso nei confronti di Dio che è tra quelli di più alto rango che un semplice laico, che non ha la vocazione, possa effettuare.

Come cattolici, dovremmo avere tutti un gran rispetto religioso per i sacerdoti e per i religiosi; tramite il battesimo ciascuno di noi è stato consacrato a Dio; ma il frutto e l’effetto pieno di questa consacrazione si manifestano solo nel Cielo, dove i Beati si dedicano ininterrottamente ed eternamente alla venerazione di Dio e godono di Dio Stesso, Che è Infinita Bontà, Bellezza, Verità e Beatitudine.

In questo mondo, tuttavia, solo poche persone possiedono la grazia straordinaria di partecipare più pienamente a quella vita divina, già qui sulla terra: si tratta degli uomini e delle donne che hanno la vocazione ad essere religiosi consacrati, tanto eremiti come monaci, frati, anacoreti, canonici regolari, etc.

Queste persone meritano tale distinzione, perché sono chiamate da Dio a dedicarsi al Suo servizio nel senso più pieno della parola: “servizio”, ossia, non solo dedicarsi alle opere di misericordia per gli altri, come il Vangelo ci chiama a fare, ma al culto divino, non solo nella liturgia, ma più personalmente e completamente nelle loro stesse persone, tramite i voti di povertà, castità e obbedienza e una vita dedicata alla contemplazione e all’offerta dell’uomo interiore ed esteriore a Dio, nella preghiera e nel culto.

Tale vocazione è un obbligo divino per quanti hanno la benedizione di riceverla. Chi si è preparato a riconoscerla, desiderarla, anelarla, ad avere fame di essa ha già ricevuto innumerevoli grazie; egli trova sollievo, conforto, ispirazione, forza, rinnovamento, vita e vitalità del cuore solo quando si orienta verso di essa, la abbraccia e la vive.

Per questa ragione, quando una persona con la vocazione si separa dalla sua comunità erra gravemente e rischia di perdere la salvezza eterna se si allontana dalla sua vocazione.

Il mero fatto di lasciare la propria comunità non implica che si debba abbandonare la propria vocazione. Una vocazione proviene da Dio, non da una comunità di uomini, per quanto essi siano santi, perché nella Chiesa Dio rimane Dio e non condivide la Sua Gloria con nessun’altro; le vocazioni provengono solo dalle Sue mani e conducono solamente a Lui. Molte persone non arrivano a comprendere questo, e confondono una comunità religiosa con una squadra di calcio, e una vocazione con l’affiliazione a una squadra.

Anni di esperienza dando consigli a persone con la vocazione mi hanno fatto vedere che circa il 95% degli ex-religiosi commette questo errore e perde la sua vocazione. Da questo errore nascono tutti i problemi in cui essi precipitano: morali, finanziari o matrimoniali. Rovinano le proprie vite e rimangono fino alla fine dei loro giorni con una voragine nei loro cuori e nelle loro anime; una voragine che nessuno può riempire, perché è stata messa lì da Dio affinché essi rimangano inquieti per Lui, che è l’unico che la può colmare.

Pertanto, esiste solo un rimedio per un errore del genere: tornare al servizio divino, a seguire la propria vocazione. Ciò non significa necessariamente entrare in una comunità, ma certamente significa che si debba adottare l’osservanza dei consigli evangelici, ritornare al discepolato di qualche Santo e che ci si debba dedicare sopra ogni altra cosa e prima di tutto alla vita da religiosi, nella maniera migliore possibile secondo le circostanze concrete in cui ci si trova. Ciò aprirà la porta a molte grazie: Dio farà il resto.

Per questa ragione, ho pubblicato su questo blog una serie di spunti per aiutare queste persone, che sono ex-membri della FFI. Ma anche i lettori che siano ex-membri di altre congregazioni ne possono trarre beneficio.

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